Dead line: 30 giugno 2026
La domanda relativa a questo numero monografico di “Logoi”, pur nascendo dalle provocazioni dell’attualità – o forse proprio per questo – vuole essere squisitamente filosofica. Ci sembrava troppo facile (e insieme troppo difficile) focalizzarci sulla questione palestinese e/o israeliana. Ci è sembrato invece opportuno – proprio per comprendere le ragioni di ciò che accade – prendere le distanze dal presente, sine ira et studio, e tornare ad esercitare una delle competenze fondamentali della filosofia: definire e ridefinire parole e concetti.
Politici e giuristi sono certamente chiamati a chiedersi se davanti a questo o a quell’altro evento bellico ci si trovi davanti ad un genocidio accertabile e dichiarabile come tale. Ma, da filosofi e filosofe, noi siamo chiamati a chiederci se la definizione giuridica di genocidio sia l’unica possibile, se sia filosoficamente sostenibile ancora oggi, e, se sì, perché; e, se no, perché. E se ci siano altre definizioni possibili. Se ‘genocidio’ sia una parola ancora utilizzabile oggi. Come abitare distanza storico-concettuale che ci separa da Raphael Lemkin, il giurista polacco di origine ebraica che ha inventato la parola genocidio? Che cos’è un ghenos? Quanti genocidi non riconosciuti di fatto ci sono nella storia, e perché? Che cosa scatena questo tipo di crimine? Si può parlare di genocidio solo a partire dalla coniazione della parola, e, se no, in che misura, e, se sì, perché? Dove porre il discrimine tra quanto accaduto nel Novecento e quanto accaduto prima? E il discrimine tra quanto accaduto nel Novecento e quanto continua ad accadere?
Rispetto a questi temi, invitiamo gli autori interessati a:
1. consultare la sezione ‘Submit’ dove troveranno le istruzioni per l’invio del materiale;
2. leggere le Norme editoriali [scarica il pdf]. Non vengono accettate proposte non uniformate a queste indicazioni.
3. presentare le loro proposte in italiano o inglese all’indirizzo info@logoi.ph .
Si ricorda, inoltre, che vengono presi in considerazione solamente contributi inediti e relativi ai temi monografici scelti dalla Redazione per la rivista.
Dead line: 16 giugno 2025
Questo numero di “Logoi” è a cura di Matteo Marcheschi e Tommaso Parducci.
Nell’ultimo ventennio il pensiero di Hans Blumenberg ha suscitato un notevole interesse soprattutto nel quadro dei dibattiti filosofici attorno al concetto di modernità. Una delle principali ragioni di ciò sta proprio nella capacità di Blumenberg di argomentare mettendo in tensione coppie concettuali antitetiche: tutto, nel suo pensiero, si muove a partire da ciò che non è ovvio, nitido e chiaro, poiché qualora le cose fossero interamente illuminate, finirebbero per rivelarsi solamente accecanti. L’ombra delle cose, per Blumenberg, è, dunque, una dimensione costitutiva ed essenziale della realtà e dell’esperienza: per potere vedere i contorni e delimitare i confini delle realtà, occorre osservare il mondo di sbieco. Pertanto, il pensiero di Blumenberg – e con esso la forma della ragione che egli indaga – non si muove in modo lineare, ma procede per discontinuità.
Un aspetto centrale di tale indagine coinvolge la relazione tra metafora e concetto: non solo la metafora non può essere ricondotta al concetto, ma nemmeno essa può essere osservata attraverso forme puramente concettuali. Si crea così una tensione che si gioca sul piano della metaforologia, ma soprattutto su quello della teoria dell’inconcettualità, come effetti di quella che Blumenberg chiama razionalizzazione della carenza, che «consiste nel completare la considerazione di ciò che dobbiamo fare come avveramento dell’intenzionalità della coscienza, con la considerazione, più antropologica, di ciò che siamo in grado di fare quanto ad avveramenti» (H. Blumenberg, Sguardo su una teoria dell’inconcettualità, 1979).
Un rapporto, quello tra metafora e concetto, che chiama poi in questione anche il mito, aspetto della produzione umana che si genera nell’esercizio – antropologico e intellettuale – della distanza. Il mito è una pratica della distanza in quanto forma di allontanamento del reale che consente di vivere gli aspetti più gravosi dell’esperienza. Sono queste le ragioni per le quali il mito pare contrapporsi alla ragione moderna. Il moderno, infatti, si definisce a partire dal concetto di orizzonte, ovvero da quella posizione che consapevolmente viene assunta dall’osservatore per comprendere la realtà circostante. Se nel caso del mito, si cerca di sfumare i contorni dell’esperienza, in quest’ultimo si cerca, invece di definirli.
Da ciò il filosofo arriva a delineare un’idea di logos che si manifesta attraverso diversi modi di vedere il mondo, oltre che di viverlo, comprenderlo e produrlo. Il mondo, infatti, si comprende attraverso quei tentativi che Blumenberg definisce come ‘rioccupazione’ [Umbesetzung] e ‘contro-occupazione’ [Gegenbesetzung] e che si legano a una concezione della verità come figlia del tempo. Un tempo però non lineare, ma ripiegato su sé stesso e che, di volta in volta, ripropone problematiche simili che vengono però risolte attraverso tentativi in parte già sperimentati ma che sono saldamente determinati, per conformità o conflitto, dai tempi da cui scaturiscono.
L’intreccio delle categorie chiave della riflessione blumenberghiana permetterà, per utilizzare una metafora cara all’autore stesso, non tanto di illuminare intensivamente verso una sola direzione, ma di moltiplicare i fasci di luce di diversa origine che consentano di determinare contorni e opacità differenti: è sullo sfondo di ciò che sarà possibile mettere a fuoco le molte forme e funzioni della ragione blumenberghiana nel suo, complesso, rapporto con la modernità.
Questo numero di Logoi.ph mira a far interagire tra loro alcune categorie chiave del pensiero di Blumenberg, spesso esplorate separatamente dalla critica, così da far emergere nuovi aspetti e nodi concettuali della sua indagine filosofia. I contributi attesi potranno riguardare temi come i seguenti:
Gli autori e le autrici interessati/e a rispondere a un Call for Papers sono invitati:
1. a consultare la sezione ‘Submit’ dove troveranno le istruzioni per l’invio del materiale;
2. a leggere le Norme editoriali [scarica il pdf]. Non vengono accettate proposte non uniformate a queste indicazioni.
3. a presentare le loro proposte in italiano o inglese, agli indirizzi: matteo.marcheschi@cfs.unipi.it ; tommaso.parducci@phd.unipit.it e in copia a info@logoi.ph .
Si ricorda, inoltre, che vengono presi in considerazione solo contributi inediti e relativi ai temi monografici scelti dalla Redazione per la rivista.
Dead line: June 30, 2026
The question underlying this monographic issue of ‘Logoi’, although arising from the provocations of current events—or perhaps precisely for that reason—aims to be distinctly philosophical. It seemed to us too easy (and at the same time too difficult) to focus on the Palestinian and/or Israeli question. Instead, precisely in order to understand the reasons for what is happening, we considered it appropriate to take some distance from the present, sine ira et studio, and to return to exercising one of philosophy’s fundamental competences: defining and redefining words and concepts.
Politicians and jurists are certainly called upon to ask whether, in the face of this or that military event, we are dealing with a genocide that can be ascertained and declared as such. But as philosophers, we are called to ask whether the legal definition of genocide is the only possible one; whether it is still philosophically tenable today—and, if so, why; and if not, why not. And whether other definitions are possible. Whether “genocide” is a word that can still be used today. How are we to inhabit the historical–conceptual distance that separates us from Raphael Lemkin, the Polish jurist of Jewish origin who coined the word genocide? What is a genos? How many de facto unrecognized genocides are there in history, and why? What triggers this type of crime? Can one speak of genocide only starting from the coinage of the word, and if not, to what extent—and if so, why? Where should we draw the line between what happened in the twentieth century and what happened before it? And the line between what happened in the twentieth century and what continues to happen today?
Authors interested in responding to this Call for Papers are invited to:
1. consult the ‘Submit’ section where they will find instructions for submitting materials;
2. read the editorial guidelines [pdf], Proposals not conforming to these guidelines will not be accepted;
3. Submit proposals to info@logoi.ph.
Please note that only unpublished contributions relevant to the monographic themes selected by the Editorial Board will be considered.
Dead line: June 16, 2025
This issue of ‘Logoi’ is edited by Matteo Marcheschi and Tommaso Parducci.
In the past two decades, Hans Blumenberg’s thought has garnered significant interest, especially in philosophical debates surrounding the concept of modernity. This interest stems primarily from Blumenberg’s ability to challenge antithetical conceptual pairs. In his philosophy, nothing is straightforward: things are never fully illuminated, for complete clarity would be blinding. For Blumenberg, the shadow of things is an essential part of reality and experience; to perceive the contours and boundaries of reality, one must observe the world obliquely. Accordingly, Blumenberg’s thought—and the form of reason he examines—does not proceed linearly but through discontinuities.
A central aspect of his philosophy is the relationship between metaphor and concept: not only can metaphor not be reduced to the concept, but it also cannot be observed through conceptual forms. This creates a tension expressed in his metaphorology and particularly in his theory of inconceptuality, as effects of what Blumenberg calls the “rationalization of deficiency,” which “consists in complementing the consideration of what we must do as the fulfillment of the intentionality of consciousness with the more anthropological consideration of what we are capable of doing in terms of fulfillment” (An Outlook on a Theory of Inconceptuality, 1979).
The relationship between metaphor and concept also raises questions about myth, a human creation born from the anthropological and intellectual exercise of distance. Myth is a practice of distance, a detachment from reality that enables us to endure the most burdensome aspects of experience. For this reason, myth seems to oppose modern reason. Modernity, after all, defines itself through the concept of horizon: the position consciously adopted by the observer to comprehend surrounding reality. In one case, the contours of experience are blurred; in the other, they are defined.
From this emerges an idea of logos expressed through various ways of perceiving, living, understanding, and producing the world. The world, according to Blumenberg, is understood through attempts he defines as “reoccupation” (Umbesetzung) and “counter-occupation” (Gegenbesetzung), which relate to a conception of truth as the child of time. However, this time is not linear but folded upon itself, continually revisiting similar problems resolved through attempts partly drawn from the past yet firmly determined by the times from which they emerge, legitimizing or opposing them.
The intertwining of key categories in Blumenberg’s thought allows, as the author’s own metaphor suggests, not for an intensive illumination in a single direction but for the creation of light beams from diverse origins, enabling the delineation of varied contours and opacities. Against this backdrop, it becomes possible to focus on the many forms and functions of Blumenbergian reason in its complex relationship with modernity.
This issue of Logoi aims to explore new aspects of Blumenberg’s philosophy, encouraging interaction between key categories of his thought that have often been examined separately. The discourse will develop along lines that may include topics such as:
Authors interested in responding to this Call for Papers are invited to:
1. consult the ‘Submit’ section where they will find instructions for submitting materials;
2. read the editorial guidelines [pdf], Proposals not conforming to these guidelines will not be accepted;
3. Submit proposals to matteo.marcheschi@cfs.unipi.it; tommaso.parducci@phd.unipit.it, with a copy to info@logoi.ph.
Please note that only unpublished contributions relevant to the monographic themes selected by the Editorial Board will be considered.